Italia fuori…riforma del calcio?

L’eliminazione dell’Italia dal mondiale può sancire quel cambiamento di cui necessità il calcio nostrano? Beh, a volte si dice che non tutti i mali vengono per nuocere.

Se così fosse, questa vergognosa disfatta (perché questo è senza dubbio) dovrebbe segnare un nuovo anno zero del sistema calcio italiano, con una revisione totale della concezione di uno sport che, parlano i risultati non solo della nazionale, ma anche dei club, è ormai lontanissimo dagli standard moderni di nazioni come Inghilterra, Spagna, e Germania e anche  Francia, per citare solo gli esempi più simili a noi in termini di fatturato e di importanza dei campionati nel panorama calcistico internazionale.

Cosa dovrebbe succedere di peggiore di una eliminazione dai mondiali per azzerare tutto e ripartire con idee chiare e moderne e, soprattutto uomini nuovi ai vertici della federazione? È un occasione unica, irripetibile per mettere mano ad una riforma generale che non può essere affidata a chi per decenni ha portato avanti politiche sbagliate e poco trasparenti, aggirando regole e adeguandosi a poteri esterni riconducibili ai club che vanno per la maggiore.

Dopo il 2006, anno del trionfo in Germania, paradossalmente nell’anno di maggior crisi di credibilità del calcio italiano per le vicende di Calciopoli, abbiamo disputato due tornei disastrosi in Sudafrica (con Lippi) e in Brasile (con Prandelli), uscendo in entrambi i casi al primo turno, inframezzati da Europei dignitosi nel 2008 (con Donadoni) e nel 2016 (con Conte) e una finale persa nel 2012 (con Prandelli). Più bassi che alti, quindi, niente però poteva far presagire un tonfo così clamoroso dinanzi ad un avversario non irresistibile come la Svezia, che ci ha messo solo tanto impegno e una buona dose di fortuna, doti che hanno spesso fatto grande l’Italia in passato.

Quindi il cambiamento è dietro la porta? No, non succederà nulla. Il prossimo CT sarà un nome altisonante (Ancellotti per esempio) forse qualche ex grande campione avrà qualche carica importante (Maldini per esempio) in federazione e basta. Troppi interessi legano federazione, grandi club, politica. Certo resta una buonissima occasione per riflettere su come siamo messi, tra squadre che falliscono (a decine quasi ogni anno) a certificare l’insostenibilità del sistema, grandi club che non hanno le risorse per competere con le migliori d’Europa, stadi fatiscenti e scomodi, continui scandali legati alle scommesse, un campionato di serie A in cui le quattro- cinque big giocano contro formazioni che hanno budget in alcuni casi dieci volte inferiori (solo di diritti tv). E la Nazionale fuori dopo 60 anni dal mondiale con le ricadute economiche e d’immagine che ne derivano è l’apice di un sistema fallimentare.

Qualcosa sarà fatto, palliativi inutili come imporre under nelle categorie inferiori, a costo di far giocare e illudere ragazzini senza qualità (come capita in serie D). La vera svolta sarebbe incentivare le squadre di provincia ad investire nei settori giovanili, perché solo questi arrivano capillarmente in ogni angolo d’Italia, anche il più remoto, mettendo a disposizione risorse vere.

Non più o non solo giocatori prestati o liberati dai settori giovanili dei club di A, ma giocatori scovati nella provincia remota e lanciati in prima squadra, la squadra della propria città, con un importante risvolto sociale, oltre alla mera strategia per la crescita di nuovi talenti.

 

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