Da un Altamura ad un altro…senza il Taranto non si può stare!

Tornai allo stadio dopo anni di “diserzione”, usando un termine in voga ultimamente. Il motivo principale era che non riuscivo più a “sentire” il Taranto.

“Quella squadra con le maglie rossoblu” mi sembrava un simulacro del “vero” Taranto. Una storia finita male sei anni prima, quando, una mattina d’estate del ’93, lessi la notizia della mancata iscrizione al campionato di C1. Quel giorno mi prese un senso di smarrimento, pensai che il Taranto tra i dilettanti fosse una cosa illogica ed impossibile.
Il campionato Interregionale appariva misterioso e mortificante: la categoria che viene dopo la C2 e basta, con avversari improponibili per chi fino a poche settimane prima giocava in B contro Bologna, Bari e Verona. Così congelai la mia passione in attesa di tempi migliori.
Eppure, “quella squadra con le maglie rossoblu” ebbe una buona partenza, vincendo nel ’95 il campionato di serie D e lo scudetto dilettanti davanti a 25mila spettatori, numeri stratosferici quasi fosse uno scudetto “vero”.

Io, però, non c’ero. Fedele alla mia presa di posizione, evitavo lo Iacovone: i gol di Aruta e Cipriani mi parevano cosa “minore”.
L’occhio sul risultato e sulle vicende c’è sempre stato, evitando il coinvolgimento, perché quella parentesi nei dilettanti non mi riguardava.
Sarei ritornato in C1, almeno.
Nel ’95-’96 in C2 andai una volta sola allo stadio. Il Taranto, partito con altre ambizioni, doveva fare prima possibile i punti salvezza. La partita era Taranto-Avezzano, 14 gennaio del ’96, con gli abruzzesi primi in classifica. Una specie di mondo capovolto, per me. Vidi la partita con un certo distacco, ricordo la Sud vuota (per me che ero cresciuto in quel settore era impensabile e malinconico) lo stadio comunque pieno, il gol del “ragazzino” Panarelli, e quello di Aruta che corse fin sotto la Nord per esultare facendosi 100 metri da porta a porta: 4-1 il risultato, spocchiosamente congruo, ritenni, per il Taranto contro degli pseudo calciatori abruzzesi.
La gente mi sembrava finanche esageratamente coinvolta, per una vittoria in C2. Il vero Taranto non era quello.stadio-erasmo-jacovone

Chiusa la parentesi, tornai nel mio rifugio esistenziale post-traumatico in cui mi trovavo da quell’estate del ’93.
Passarono altri tre anni. Il Taranto aveva cambiato pure nome tornando ad un ammiccante Arsenal Taranto, diverso da quello tutt’attaccato degli anni del dopoguerra. Era di nuovo quinta serie, il calcio non riusciva a ripartire e i primi tentativi di risalita erano miseramente falliti con società arruffate e squattrinate. Da qualche tempo sentivo il “richiamo”, l’odore del manto erboso dello Iacovone, da cui ero praticamente assente da sei anni, tranne quella estemporanea e poco partecipe esperienza contro l’Avezzano. Così quel pomeriggio del 10 ottobre del ’99 presi un biglietto di gradinata, partita Arsenal Taranto-Altamura.

Appena entrato, notai la curva, bella, colorata, calorosa e piena come ai bei tempi. E poi l’ingresso delle squadre, un nodo alla gola alla vista delle maglie rossoblu. Una strana sensazione di benessere mi pervase, come se all’improvviso mi fossi risvegliato da un lungo torpore: il Taranto esisteva, allora. Mi lasciai travolgere dall’emozione, un misto di adrenalina e senso di colpa.
La mia intransigenza non mi aveva dato alcun beneficio, come non dà alcun beneficio l’apatia. 11mila cuori rossoblu quel giorno spinsero alla vittoria la squadra di D’Isidoro e D’Antò, 2-1 il finale col gol-vittoria del centravanti pelato sotto la Nord. Sarà il Taranto del record di punti e del ripescaggio in C2.
Tantissimi dolori e poche giornate di gloria da allora, molti veleni hanno contaminato il nostro pallone, quasi come ad uniformarsi ad altre questioni, certamente più importanti, che attanagliano questa città.

Da un Altamura ad un altro, con la consapevolezza mia di cui faccio partecipi tutti: senza il Taranto si può stare, ma non è la stessa cosa.

 

 

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